Giù le mani dagli IMI

……. Nel 2009 la Commissione storica italo-tedesca insediata dai Ministeri degli Affari Esteri della Repubblica Italiana e della Repubblica Federale di Germania aveva prodotto un rapporto in cui si ricordava come, al loro ritorno in Patria, nei confronti degli Internati Militari Italiani aleggiasse il sospetto di collaborazionismo con i tedeschi a causa del lavoro svolto in prigionia. Questa vergognosa accusa, dovuta alla disinformazione (anche a bella posta orchestrata dalla RSI) partiva da un falso presupposto che nell’articolo di «Storia in rete» viene riproposto. Cioè che ci sia stata una libera scelta. Ma di quale «scelta» si può parlare?

Come ricorda Gerhard Schreiber, l’attuazione degli accordi Mussolini-Hitler del 20 luglio 1944, relativi alla «trasformazione in lavoratori civili» degli IMI (che doveva servire a risolvere il problema del consenso interno alla RSI, ma non certo a far tornare in Italia gli internati, come lo stesso Mussolini si affretta a rassicurare Hitler), avrebbe dovuto avere inizio il 3 agosto e terminare entro il 31 agosto, previo un impegno scritto di impegno lavorativo fino alla fine della guerra da parte dei militari italiani.  Tuttavia, lo stesso Schreiber scrive: «Le autorità tedesche non nascosero la loro sorpresa nell’apprendere che la massa degli internati non intendeva passare dall’altra parte neppure in veste di lavoratori civili»[1], tant’è che il 4 settembre 1944 si rinuncia alla firma della dichiarazione impegnativa e si ordina che tutti gli internati militari vengano rilasciati senza formalità per essere impiegati come lavoratori civili. Da allora si cercherà di costringere al lavoro anche gli ufficiali, ai quali finora si era chiesta, sia pure sotto il ricatto della fame, la ‘volontarietà’ dell’adesione. In seguito alla Resistenza della maggior parte anche di questi, sarà impartito l’ordine del loro passaggio allo stato di lavoratori civili il 31 gennaio 1945, ma, nonostante ciò, diversi ufficiali riusciranno a non offrire alcun apporto di collaborazione.

«Scelta collaborativa»? Adesione volontaria al lavoro da parte degli IMI «civilizzati»? «Accettarono di passare a “liberi lavoratori civili”»? Ecco un passo, tratto dal diario del tenente Paolo Poidomani internato nel Lager di Hammerstein e renitente all’obbligo del lavoro, che riporta quanto affermato da un ufficiale tedesco:

A seguito degli accordi di luglio tra il vostro Governo fascista ed il Governo tedesco, non esistono più, in Germania, militari italiani. Voi, come tutti gli altri, siete dei lavoratori. Il vostro rifiuto a lavorare perciò può essere interpretato come un atto di sabotaggio e come sabotatori tutti sareste passibili di fucilazione sul posto. Dovrei fare il mio dovere, ma chiederò invece istruzioni a Berlino. Vi prego intanto di riflettere meglio e riflettendo, pensate alle vostre famiglie. Addio.

Infatti i 44 di Wietzendorf che si rifiutarono di lavorare finirono nel campo di “rieducazione” di Unterlüss. 6 di loro morirono e gli altri sopravvissero a stento solo perché finì la guerra e vennero liberati.

E lo stesso ufficiale così si era espresso a proposito degli accordi Mussolini-Hitler:

Con un accordo che altrimenti non può definirsi se non l’espressione più terribile e pazzesca della criminalità di un uomo, spinta da un senso di furibonda crudeltà, centinaia di migliaia di esseri umani, venivano venduti ad Hitler perché ne facesse l’uso che meglio credesse di farne ai fini della sua sanguinaria e spietata ultima battaglia di questa seconda guerra mondiale.

Se ancora ce ne fosse bisogno, basta ricordare che la volontà dei tedeschi era di impiegare, sin da subito dopo la cattura, gli IMI come forza lavoro, in sostituzione dei soldati tedeschi al fronte. Lutz Klinkhammer sottolinea che «entro il 30 settembre [1943] erano già stati messi all’opera 35.000 uomini, ma ci si preparava ad impiegarne altri 175.000 nei primi giorni di ottobre. A quel punto, Speer e Sauckel avevano già predisposto un piano per ripartire nei vari settori dell’economia 440.000 internati.»[2]

La trasformazione in «lavoratori civili» modifica solo lo status degli IMI, ma non la loro condizione, dato che già era stato loro imposto di lavorare subito dopo la cattura, in conseguenza del loro rifiuto di collaborare. Anche se non erano affatto liberi di decidere, respinsero anche questa proposta, confermando la loro opposizione ai nazi-fascisti, e dovettero subire l’ennesimo sopruso.

Anche chi, tra gli ufficiali, aderì al lavoro, lo fece unicamente per sopravvivere, non certo per volontà di collaborare con i nazisti.

Come si può parlare di «scelta collaborativa»? Per gli IMI fu la seconda trasformazione d’ufficio del loro status (dopo quella da prigionieri di guerra), che tolse anche la dignità di militari e diede la stura all’infondato sospetto di collaborazionismo coltivato anche dagli Alleati, così da causare la permanenza nei campi ancora per diversi mesi dopo la liberazione. La vera libera scelta fu quella della prigionia, conseguente al rifiuto del fascismo e del nazismo, è questa che fa sì che tutti gli oltre 600.000 IMI vengano accomunati ai resistenti armati che ebbero la possibilità di opporsi combattendo all’occupazione tedesca e ai suoi collaboranti fascisti della RSI.

Quella degli IMI è una Resistenza senz’armi, che ebbe più vittime della Resistenza in armi. Non legittimando la Repubblica Sociale, tutti gli IMI si schierarono, di fatto, dalla parte della «Resistenza in armi» e contribuirono con la loro «Resistenza senz’armi» alla Resistenza.

Inoppugnabile e legittimo è il loro diritto alla Memoria, incontestabilmente doveroso è il rispetto dell’onestà intellettuale e del rigore storico nel ricordare le sofferte vicende di coloro che ebbero un’unica possibilità di scegliere dopo vent’anni di una dittatura che li aveva privati della libertà e costretti ad una guerra non sentita. Nel primo libero referendum, dopo la cattura, rifiutarono la guerra e chi l’aveva voluta. Scelsero la prigionia subendo il lavoro coatto, la fame, la violenza e, in troppi, anche la morte.

L’ANEI si oppone con decisione ad ogni tentativo di screditare la Memoria degli Internati Militari Italiani.

 

Gastone Gal (vice-Presidente ANEI)

Testo approvato dal Consiglio Nazionale ANEI

[1] Gerhard Schreiber, I Militari Italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich, Roma, 1997, p. 583.

[2] Lutz Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia 1943-1945, Bollati Boringhieri, Torino, 2016, p.40.